A quasi un mese di distanza la risposta è arrivata dalla stessa comunità che negli ultimi anni ha contribuito a cambiare il volto del bene confiscato
Per anni quel terreno è stato il luogo in cui un clan esercitava il proprio potere. Oggi, a pochi metri da dove la criminalità organizzata decideva affari e strategie, ci sono famiglie che coltivano orti, studenti che imparano, persone che trovano accoglienza e una comunità che prova a trasformare un bene confiscato in uno spazio di vita. È anche per questo che l’incendio che il 5 settembre ha devastato la Masseria Antonio Esposito Ferraioli di Afragola non ha bruciato soltanto alberi e terreno. Ha colpito un pezzo di quella trasformazione. Lo scorso venerdì, a quasi un mese dal rogo, la risposta è arrivata dalla stessa comunità che negli ultimi anni ha contribuito a cambiare il volto della Masseria Ferraioli. Studenti, associazioni, sindacato, istituzioni, chiesa si sono ritrovati per ribadire che quel percorso non si interrompe. Il cardinale Mimmo Battaglia, davanti agli studenti, ha sintetizzato il senso della giornata parlando della possibilità di dimostrare che la camorra non è invincibile.
La Masseria Ferraioli è oggi uno dei simboli più significativi del riuso sociale dei beni confiscati in Campania. Con i suoi 12 ettari è il più grande bene confiscato alla criminalità organizzata dell’area metropolitana di Napoli. Ci sono gli orti sociali, con 308 famiglie coinvolte, la fattoria didattica, le attività agricole e il lavoro sulla biodiversità. E c’è una casa di accoglienza destinata a donne e minori vittime di violenza, un progetto che rafforza la vocazione sociale del bene confiscato. Il progetto finanziato dal Ministero dell’Interno punta anche al sostegno delle donne nel rapporto con i figli e allo sviluppo di competenze utili al reinserimento lavorativo. È questa la ragione per cui il rogo di settembre ha avuto un impatto che va oltre la perdita ambientale. Le fiamme, partite da un’area interessata da sversamenti di rifiuti, hanno raggiunto il cosiddetto museo vivente della biodiversità. Il direttore della Masseria Ferraioli, Giovanni Russo ha evidenziato che sono andati distrutti circa 40 mila metri quadrati di terreno, circa 1.500 alberi e l’impianto di irrigazione.
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I gestori del bene confiscato hanno lanciato una raccolta fondi con un obiettivo iniziale di 30 mila euro per ricostruire il frutteto e gli impianti necessari alla ripartenza. La risposta non è stata soltanto simbolica. Il direttore ha annunciato l’intenzione di ripiantare gli alberi distrutti entro febbraio, trasformando la ricostruzione in un obiettivo concreto. Una tabella di marcia che racconta bene la natura della Masseria. Non un monumento alla legalità da visitare, ma un luogo che deve continuare a produrre attività, relazioni, lavoro e opportunità. Anche il coinvolgimento delle scuole nella giornata di venerdì va letto dentro questo percorso. Anche la celebrazione del terzo anniversario della piantumazione del Kaki Tree, simbolo di pace e rinascita, con la partecipazione degli studenti del territorio. Una comunità non va in fumo. Può perdere alberi, strutture e anni di lavoro. Ma se continua a riconoscersi in quel luogo e a prendersene cura, il progetto di rinascita non viene cancellato.
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