In memoria della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati

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È l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ratificata dall’Italia nel 1955

“Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”

È l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ratificata dall’Italia nel 1955.

Un principio elementare (il principio di non-refoulement, non-respingimento), secondo il quale non si può respingere un richiedente asilo verso un Paese in cui è a rischio la sua sicurezza. Vale verso il Paese di origine, ma vale anche verso un Paese “terzo”, di transito, se non considerato sicuro: ad esempio la Libia.

Per questo motivo, la vicenda dei migranti naufragati al largo della Libia e riportati in quel Paese è una chiara violazione della Convenzione di Ginevra. Perché, nonostante il tentativo di alcuni Paesi europei (tra cui l’Italia) di far passare la Libia per un Paese sicuro, la stressa Ue, in maniera ufficiale, continua a non considerarlo affatto tale. E sarebbe difficile pensarla diversamente. Sono numerose le testimonianze sui trattamenti subiti dai migranti in Libia: incarcerazioni arbitrarie, torture, stupri.

Ed è ridicolo che si affermi di aver “salvato” questi esseri umani rimandandoli in Libia “nel rispetto delle convenzioni internazionali”. A meno che non ci si riferisca a qualche altra convenzione: che ne so, magari quella sui Cambiamenti Climatici, che in effetti (almeno in questo caso) non è stata violata.

Ma non è l’unica parte della Convenzione di Ginevra che viene disattesa regolarmente.

Ad esempio, l’articolo 31 chiarisce che un rifugiato possa entrare anche irregolarmente nel Paese dove presenta domanda di asilo. Precisazione più che ovvia; è ridicolo, d’altronde,  pensare che chi fugge abbia il tempo ed i mezzi per chiedere un visto (che, tra l’altro, non riceverebbe mai lo stesso…). Eppure, in questi mesi, in Italia c’è chi fa anche affermazioni del genere, o addirittura propone che un migrante debba chiedere asilo direttamente dal suo  Paese (come, poi, è un mistero). E ci sono Paesi, anche europei, che arrestano migranti entrati irregolarmente, anche se fanno domanda di asilo.

Discorso analogo può farsi sul diritto all’istruzione, all’assistenza pubblica, a ricevere documenti di identità, alla libertà di movimento. Tutti aspetti sui quali il recente Decreto Sicurezza è intervenuto pesantemente, ed in modo affatto “benevolo” (termine che ricorre spesso nella Convenzione di Ginevra).

Ormai è a rischio tutto l’impianto della Convenzione di Ginevra. Se per anni si è discusso se fosse giusta la distinzione tra rifugiati (come definiti dalla Convenzione) e migranti economici, in questo periodo storico si assiste al tentativo di restringere ancor più drasticamente il novero dei casi in cui si possa chiedere e ricevere asilo. Col paradosso che in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ormai quasi convenga rendersi irregolari piuttosto che provare la strada della richiesta di asilo.

Il problema di questo tipo di convenzioni è che rappresentano più un obbligo etico che giuridico. Un Paese può sottoscriverne una, ma concretamente disattenderla, senza che ci siano dei reali meccanismi sanzionatori.

In questo modo, paradossalmente, rischiano di essere persino controproducenti: un Paese potrà definirsi “civile” per aver aderito, pur facendone carta straccia. Un po’ come indossare una medaglia d’oro per una gara alla quale nemmeno si è partecipato.

Che piaccia o meno, l’Italia la Convenzione di Ginevra l’ha ratificata. Se non intende più rispettarla, abbia il coraggio di ritirare l’adesione. Sarebbe, quello sì, un gesto di “onestà”.

Dopodiché, è giunto forse il momento in cui le Nazioni Unite facciano un punto sullo stato di queste convenzioni: se sono attuali, se vanno aggiornate, chi le applica e chi no.

E poi, al termine della discussione, mettano, in calce alle convenzioni, un elenco di sanzioni per chi non le rispetta.

Altrimenti un “liberi tutti” sarebbe più coerente.

Marco Ehlardo

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