Dal libro di Stefania Divertito emerge che Divertito tiene insieme una guerra finisce con un trattato, il danno no
A Sarajevo nessuno aveva mai analizzato il terreno dei parchi giochi. Il primo studio, della professoressa Aida Šapčanin, è del 2016, ventuno anni dopo la guerra: dentro c’erano metalli pesanti e idrocarburi cancerogeni e, sotto il primo strato, l’uranio impoverito dei proiettili Nato. Ne racconta Guerra e clima (il Saggiatore, 2026), che Stefania Divertito ha presentato alla biblioteca Grazia Deledda di Ponticelli in dialogo con il giurista Luigi Daniele. La tesi è quella dei pedologi Certini e Scalenghe: il suolo conserva la memoria dell’impatto più a lungo di ogni altra matrice. Lo prova Verdun, dove la foresta piantata dopo la Grande Guerra nasconde ordigni inesplosi e le falde della Champagne contengono ancora il perclorato degli esplosivi. Una guerra finisce con un trattato, il danno no: passa a generazioni che non hanno scelto nulla.
Divertito, giornalista e autrice di Uccidere la Natura, tiene insieme inchiesta e racconto, e porta questa idea nel presente: dalla pioggia nera di Teheran e Tuapse a Gaza, dove a luglio 2025 restava coltivabile l’1,5% delle terre agricole. Secondo l’autrice le guerre di oggi non subiscono l’ambiente come effetto collaterale, lo scelgono come obiettivo. Per questo il danno va documentato finché si può. Qui la parte più sociale del libro diventa giustizia. Se il suolo è un testimone, qualcuno deve raccoglierne la deposizione: lo fanno i volontari ucraini di Ecoaction, con 2599 casi di danno ambientale documentati. Alla Deledda, l’autrice ha raccontato di organizzazioni europee che chiedono a chi vive a Gaza di raccogliere terra, acqua e fotografie da caricare su portali, nella speranza che diventino domanda di giustizia: è stata la molla che l’ha riportata a questi temi. Ma resta un vuoto, perché l’ecocidio come crimine autonomo ancora non esiste, e la sua idea è nata da un compito in un’aula di giurisprudenza del Pacifico.
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Non è un tema lontano. In Sardegna, ai poligoni di Quirra e Teulada, il libro racconta una guerra «in tempo di pace»: secondo il conto della commissione parlamentare, lì finisce circa l’80% del munizionamento sparato in Italia. Il libro non offre scorciatoie. A Hiroshima le radici dei ginkgo sopravvissuti crescono ancora dalla parte opposta all’esplosione, a Sarajevo le granate hanno lasciato «rose» di resina rossa nel cemento: la terra ricorda da che parte è arrivata la violenza. Per Divertito la lezione è scomoda: riarmarsi prepara la guerra, e non lo stiamo imparando.
@rob_malfatti


















