Stefano Liberti a Parma con Penuria Padana

Stefano Liberti a Parma con Penuria Padana

Appuntamento sabato 27 giugno nel cortile della biblioteca civica con il giornalista di Internazionale

Non come motore agricolo d’Italia, ma come territorio fragile. Un territorio attraversato dalla crisi climatica, dalla pressione del mercato e da un modello produttivo sempre più in affanno. È da qui che parte Penuria Padana, il monologo in musica del giornalista di Internazionale Stefano Liberti. Un monologo che racconta la crisi della pianura padana. Lo spettacolo arriva per la prima volta Parma, nel cuore della Food Valley. In programma sabato 27 giugno alle 21.15 nel cortile della biblioteca civica di Parma, rientra nel cartellone di Insostenibile, il festival di cinema e arti performative curato dall’associazione 24FPS. Il festival è in programma dal 25 giugno al 16 luglio tra Parma e provincia. Una rassegna che mette insieme cinema documentario, teatro civile, musica, giornalismo d’inchiesta, letteratura. Linguaggi diversi per leggere i cambiamenti climatici e sociali del presente.

Portare Stefano Liberti a Parma con Penuria Padana significa spostare il racconto della crisi climatica e agricola nei luoghi simbolo dell’agroalimentare italiano. In un territorio che rappresenta un immaginario di abbondanza, produzione, eccellenza, filiera. Proprio per questo, far risuonare qui una narrazione fatta di raccolti che falliscono, aziende agricole che chiudono, campi impoveriti e prezzi schiacciati dalla grande distribuzione assume il valore di una presa di posizione da parte degli organizzatori di Insostenibile. Il monologo mette al centro le fragilità della pianura padana. Dalle piogge assenti o violente, alle temperature che modificano i cicli delle colture. Dal suolo che si impoverisce alla morsa dei costi di produzione e del mercato per chi lavora la terra. Accanto a queste storie, anche quelle di chi resiste. Di tentativi di cambiamento e pratiche alternative.

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Il tema scelto per la sesta edizione di Insostenibile è comunità. Intesa come spazio di condivisione, cura e responsabilità collettiva verso l’ambiente e i territori abitati. Il festival, anche quest’anno, prova a tenere insieme riflessione culturale e urgenza politica. Testimoniato anche dalla scelta del simbolo di questa edizione, un acquerello dell’artista palestinese Majed Shala. Al centro dell’opera c’è un cactus in fiore, pianta capace di vivere in terreni aridi e di produrre frutti anche in condizioni difficili. Nel contesto palestinese il cactus è da tempo un simbolo di resistenza. In arabo porta con sé il significato di pazienza, al-sabbar. Inoltre questa edizione del festival associa ogni giornata è associata ad una pianta diversa, come se la natura diventasse una contro-narrazione capace di suggerire non solo allarme, ma anche possibilità di cura e ricostruzione.

@dalsociale24

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