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I paradossi del decreto Sicurezza

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I numeri dicono che l’accoglienza dà lavoro agli italiani

Prima gli italiani. Saranno, infatti, in massima parte italiani le migliaia (secondo Avvenire almeno 18.000, solo per la parte relativa ai Cas) di lavoratori del settore accoglienza ed integrazione dei migranti che perderanno il lavoro nei prossimi mesi, a causa del Decreto Sicurezza e del parallelo taglio della spesa per l’accoglienza nei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) delle Prefetture, previsto dal nuovo capitolato di appalto del Ministero dell’Interno.
Un tema di cui si parla poco, paragonato ad altre parti del decreto su cui, invece, si discute animatamente.
D’altronde, tutta la prima parte del cosiddetto decreto sicurezza, quella sull’immigrazione, è un susseguirsi di paradossi, di azioni che si propongono (ufficialmente) un fine, ma nella pratica vanno nella direzione opposta.
Un caso? Difficile. Quando si prendono voti inseguendo la percezione di insicurezza delle persone, viene da chiedersi se conviene davvero offrire sicurezza.
Il primo esempio di questi paradossi è l’abolizione della Protezione Umanitaria, già bollata come incostituzionale da giuristi e magistrati, a partire dal Csm (per giunta all’unanimità, cioè compresi i membri laici delle aree vicine al Governo). Considerando che, mediamente, la Protezione Umanitaria costituiva circa la metà di quelle concesse, abolirla significa spingere all’irregolarità diverse decine di migliaia di migranti, che invece si potevano accogliere ed integrare. E se l’irregolarità viene dipinta da questo Governo come massimo sinonimo di insicurezza sociale, il risultato, allora, sarebbe aumentare tale insicurezza. Scientemente? Probabile.
Secondo esempio è il progressivo smantellamento del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar), dove potranno trovare accoglienza solo i titolari di status di rifugiato e di Protezione Sussidiaria, e non più i richiedenti asilo ed i titolari di Protezione Umanitaria.
Da un lato ci saranno altre decine di migliaia di migranti messi per strada, in tal caso regolari, messi in condizione di estremo disagio sociale, e dunque potenziale rischio non solo per la “sicurezza”, ma anche per la salute pubblica (più senza dimora significa più persone che non possono curarsi) e per le già disastrate finanze dei Comuni (che avranno la responsabilità di prendere in carico questi casi, ma difficilmente lo faranno, soprattutto al Sud).
Dall’altro lato, questo provoca un drastico taglio del numero di persone accoglibili dai progetti Sprar, e dunque un ulteriore taglio di migliaia di posti di lavoro (oltre ai circa 18.000 di cui sopra), in gran parte di personale altamente qualificato.
In questo, va ammesso, il decreto non può considerarsi razzista: mette per strada parimenti migranti ed italiani.
Se poi analizziamo l’effetto di questo decreto su quella che viene data come maggiore motivazione dello stesso, ossia la “fine del business sull’immigrazione”, le perplessità, se possibile, aumentano.
L’immigrazione non è un business, ma sull’immigrazione (accoglienza ed integrazione) si può fare, legittimamente, business. L’importante è offrire i servizi richiesti, in modo efficiente ed efficace.
Se per “business sull’immigrazione”, invece, ci si riferisce a chi specula sull’accoglienza, ossia incassa finanziamenti ma non fornisce i servizi richiesti, o lo fa in modo scadente e fraudolento, per accumulare più profitti possibili, la soluzione è fare più controlli, non certo abbassare i costi.
L’abbassamento dei costi pro-capite pro-die per migrante accolto, che nel nuovo capitolato di appalto per i CAS passano da circa 35 euro a circa 20, colpirà solo chi l’accoglienza la fa sul serio. Che sarà costretto a chiudere. Chi sull’accoglienza ci specula, taglierà il personale, ridurrà ulteriormente la qualità dei servizi offerti, ma non certo i profitti, o lo farà il minimo possibile.
Il taglio dei costi, inoltre, spingerà (come, d’altronde, auspica pubblicamente il Governo) a spostare l’accoglienza sempre di più dalle piccole strutture, dall’accoglienza diffusa, ai grandi centri di accoglienza, ossia a quel modello che, negli anni passati, si è dimostrato inefficace, lesivo dei diritti umani e fonte inesauribile di scandali e spreco di denaro pubblico.
In conclusione, gli effetti del Decreto Sicurezza, più che probabilmente, saranno: più migranti irregolari; meno integrazione e più emarginazione per chi è regolare; più italiani disoccupati; smantellamento di un sistema di accoglienza che (con tutti i suoi limiti) ha funzionato, per sostituirlo con uno che non ha mai funzionato (se non per arricchire qualcuno).

Mauro Eliah




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