Dei 23 professionisti coinvolti, soltanto uno risulta al momento iscritto nel registro degli indagati
Ventitré medici perquisiti nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro, con cellulari e computer acquisiti dagli investigatori. Un’operazione disposta dalla Procura di Ravenna nell’ambito di un’inchiesta su presunte certificazioni mediche false che avrebbero impedito il trattenimento di cittadini stranieri nei Cpr. Ma c’è un elemento che rende questa vicenda particolarmente delicata. Dei 23 professionisti coinvolti, soltanto uno risulta al momento iscritto nel registro degli indagati. È su questo punto che si apre una questione che va oltre l’inchiesta giudiziaria. Perché se è compito della magistratura accertare l’eventuale falsificazione di certificazioni, resta da capire dove debba essere tracciato il confine tra l’attività clinica di un medico e le esigenze dell’amministrazione dello Stato nell’applicazione delle politiche migratorie.
I medici coinvolti sono prevalentemente infettivologi, con due psichiatri, e operano in nove città. Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma, Varese. Le perquisizioni hanno riguardato documenti, telefoni e computer, alla ricerca di elementi che possano dimostrare l’esistenza di una presunta rete finalizzata a impedire i rimpatri attraverso certificazioni di non idoneità. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’attività sarebbe iniziata almeno nel 2024. Sono ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie e che non possono essere trasformate in una condanna anticipata. Ma proprio la sproporzione tra il numero dei professionisti perquisiti e quello degli indagati ha alimentato le reazioni del mondo medico e delle associazioni.
La federazione nazionale degli Ordini dei medici ha ricordato che la falsificazione di una certificazione, se accertata, è un fatto grave, ma ha anche chiesto di rispettare la presunzione di innocenza e l’autonomia professionale. Il presidente Filippo Anelli ha ribadito che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, chiamati a tutelare salute e dignità delle persone. Non è una distinzione soltanto teorica. La stessa FNOMCeO chiede da tempo di separare l’atto medico, che deve riguardare esclusivamente la valutazione delle condizioni di salute, dall’atto amministrativo con cui lo Stato decide il trattenimento o il trasferimento in un Cpr. Il rischio, secondo la Federazione, è creare un conflitto improprio tra il dovere deontologico del medico e finalità di sicurezza pubblica che appartengono ad altre istituzioni.
Il nodo dei Cpr
È qui che la vicenda dei 23 medici incrocia una discussione che da anni riguarda le condizioni sanitarie dei Cpr. I professionisti che hanno manifestato solidarietà ai colleghi sostengono di aver certificato l’incompatibilità con il trattenimento sulla base delle condizioni cliniche dei pazienti e non di una scelta politica. Vanessa Guidi, medico di Mediterranea, ha respinto l’idea di una rete criminale, sostenendo che i professionisti abbiano seguito il codice deontologico e impedito il trattenimento di persone ritenute vulnerabili. Anche la Società italiana di medicina delle migrazioni ha documentato nel tempo le criticità sanitarie dei centri, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità, in una nota del gennaio 2025 richiamata da Avvenire, ha evidenziato i rischi della detenzione amministrativa dei migranti per la salute fisica e mentale.
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Il punto, dunque, non è stabilire attraverso un articolo di giornale se i certificati siano stati falsificati. Sarà la magistratura a doverlo accertare. Il punto è un altro. Se un medico ritiene, sulla base di una valutazione clinica, che una persona non sia compatibile con il trattenimento in un determinato contesto, quella valutazione può essere considerata un ostacolo alle politiche di rimpatrio oppure deve rimanere esclusivamente un atto sanitario? La risposta della FNOMCeO è netta sul principio della separazione dei ruoli: sicurezza e salute non possono essere sovrapposte. E proprio per questo l’autonomia professionale, sottolinea la Federazione, deve essere esercitata con rigore e nel rispetto della legge, ma non può essere sottoposta a pressioni politiche o ideologiche.
Dalla medicina alla politica
La vicenda ha rapidamente assunto anche una dimensione politica. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha chiesto, in caso di accertamento delle responsabilità, la radiazione dei medici dall’albo e il pagamento dei danni per le espulsioni eventualmente impedite. Dall’altra parte, Alleanza Verdi e Sinistra ha denunciato il rischio che la salute venga trasformata in uno strumento di controllo delle migrazioni, rivendicando la distinzione tra professionisti sanitari e apparati di sicurezza. In Emilia-Romagna il confronto è diventato particolarmente acceso dopo il coinvolgimento di diversi medici bolognesi. Anche il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha espresso fiducia nella magistratura e, allo stesso tempo, nel personale sanitario della regione, invitando chiunque disponga di informazioni ulteriori a rivolgersi alla Procura. Una posizione che tiene insieme garantismo e difesa dell’autonomia del lavoro sanitario, senza sovrapporre il piano politico a quello dell’indagine giudiziaria.
L’inchiesta deve fare il suo corso e accertare se siano stati commessi reati. Ma le perquisizioni hanno riportato al centro una questione. Ovvero, a chi appartiene la decisione sulla salute di una persona. Se appartiene al medico, allora quella decisione deve essere libera, fondata sulle condizioni cliniche e soggetta alle regole della professione. Se invece viene caricata anche di una funzione amministrativa legata al rimpatrio, il rischio è che il medico finisca per trovarsi nel mezzo di un conflitto che non gli appartiene.
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