L’economia circolare nel settore tessile

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La senatrice del M5S in Commissione Ambiente sta portando il tema in discussione proprio in commissione

Ogni anno l’industria tessile utilizza oltre 98 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili. Tra questi petrolio, fertilizzanti, prodotti chimici. Consuma inoltre circa 93 miliardi cubi di acqua. 2.700 litri per una singole maglietta. Pari a quanto beve una persona in due anni. Contribuisce all’emissione di circa 1,2 miliardi di tonnellate di Co2. Scarica negli oceani circa 500 mila tonnellate di fibre di microplastica. È il secondo settore più inquinante a livello mondiale.

«C’è la forte necessità di cambiare paradigma, metodologia. Sia dei grandi marchi che, soprattutto, nel settore della fast fashion», ha detto la senatrice del M5S in commissione Ambiente, Emma Pavanelli, che sta portando il tema in discussione in commissione. Anche a livello etico il settore tessile deve cambiare. In molti Paesi del mondo abbiamo un problema per i lavoratori e, soprattutto, le lavoratrici del settore tessile. Serve un equo compenso relazionato al Paese in cui si produce.

L’economia circolare permetterebbe non solo di avere un importante impatto positivo sul fronte ambientale ed etico. Ma anche economico. Questo sistema permetterebbe di creare nuovi posti di lavoro. Dalla raccolta allo smistamento fino alla rigenerazione di abiti. L’Ue sta lavorando al nuovo piano industriale del settore tessile, di cui questo sistema sarà uno dei punti fondamentali. Le nuove tecnologie, attraverso la digitalizzazione dell’etichettatura, potranno permettere agli acquirenti di apprendere informazioni tramite qr code. Sia sul sistema utilizzato per la realizzazione di quel capo, che per la rigenerazione di quel capo stesso.

@ciro_oliviero

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