L’obiettivo del progetto A porte aperte, una nuova rete promossa dal FAI
Un museo può avere una rampa all’ingresso e restare comunque inaccessibile. Un palazzo storico può essere aperto al pubblico e non esserlo per una persona cieca. Un sito culturale può essere visitabile fisicamente ma impossibile da conoscere per chi ha una disabilità cognitiva o non riesce a utilizzare i suoi strumenti digitali. È dentro questa distanza tra l’accesso formale e la possibilità reale di vivere la cultura che si gioca oggi una delle sfide più importanti per il patrimonio italiano. È il tema rilanciato in questi giorni dal progetto A porte aperte, una nuova rete promossa dal FAI insieme a Dynamo Camp, fondazione Mus-e Italia, fondazione IBVA e associazione Amici del FAI, con il sostegno del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
L’obiettivo è portare l’accessibilità dentro la fruizione del patrimonio culturale, con particolare attenzione alle persone con disabilità, alle famiglie, agli studenti, alle persone con background migratorio e a chi vive condizioni di fragilità economica e sociale. Il valore dell’iniziativa sta soprattutto nel provare a cambiare prospettiva. L’accessibilità non viene considerata come un servizio aggiuntivo per una parte della popolazione, ma come una condizione necessaria perché il patrimonio possa essere realmente condiviso. Percorsi tattili, strumenti in LIS, esperienze multisensoriali, attività educative e nuove modalità di accompagnamento diventano così strumenti per permettere a persone diverse di entrare nello stesso luogo e costruire una propria esperienza culturale. Il FAI sta già implementando queste attività nei propri Beni proprio attraverso A porte aperte.
Non si parte però da zero. Anche le politiche pubbliche hanno riconosciuto da tempo che le barriere alla cultura non sono soltanto architettoniche. Nel PNRR, il Ministero della Cultura ha dedicato 300 milioni di euro all’investimento per la rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche e archivi, con l’obiettivo di ampliare accesso e partecipazione alla cultura. Il programma comprende anche la formazione del personale e dei professionisti del patrimonio, nella prospettiva di una cultura dell’accesso a tutti. È un passaggio importante perché sposta il problema dal singolo ausilio alla progettazione complessiva dell’esperienza. Una visita accessibile non dipende soltanto dall’ascensore o dal bagno adeguato. Dipende anche dalla possibilità di orientarsi, comprendere ciò che si sta osservando, ricevere informazioni in forme diverse, utilizzare strumenti digitali, sentirsi parte di quel luogo.
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Anche il digitale sta diventando una nuova frontiera dell’accessibilità culturale. Il Ministero della Cultura ha recentemente dedicato attenzione proprio al rapporto tra accessibilità digitale e patrimonio, in un contesto nel quale piattaforme, cataloghi, strumenti di prenotazione e contenuti online sono ormai parte integrante dell’esperienza culturale. Se questi strumenti non sono progettati per tutti, una nuova barriera rischia semplicemente di sostituire quella fisica. E in Italia non mancano esperienze che mostrano come questa trasformazione sia possibile. Nei Musei Lombardia, per esempio, sono stati sviluppati percorsi e strumenti polisensoriali pensati anche per persone con disabilità sensoriali e cognitive, con l’obiettivo di migliorare accesso e comprensione del patrimonio. In altri territori, progetti come Cultura a porte aperte hanno utilizzato anche tecnologie e narrazioni automatizzate per rendere fruibili in autonomia itinerari e luoghi della cultura.
Il patrimonio italiano, anche quando è difficile da raggiungere, richiede strumenti specifici o quando la sua fruizione deve essere ripensata. E l’accessibilità non dovrebbe essere il momento successivo alla conservazione, alla valorizzazione o alla promozione. Dovrebbe essere parte del progetto fin dall’inizio. La sfida è culturale prima ancora che architettonica. Significa smettere di chiedersi come permettere a una persona con disabilità di entrare in un museo e iniziare a progettare quel museo pensando, fin dall’inizio, a persone diverse. Significa considerare la pluralità dei visitatori non come un’eccezione, ma come la normalità.
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