L’inserimento lavorativo e sociale di rifugiati

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A pochi giorni dalla Giornata internazionale del rifugiato è ancora più evidente le necessità di integrare i rifugiati in percorsi lavorativi e sociali

Il 20 giugno si celebra la Giornata internazionale del rifugiato. Nella settimana che la precede si è svolta a Vienna la 21esima Conferenza dell’Alleanza contro la tratta di persone. Per tre giorni, funzionari governativi, esperti indipendenti e attivisti hanno riaffermato la necessità di affrontare il tema dello sfruttamento lavorativo e sessuale. «La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è la forma più diffusa di tratta di esseri umani identificata a livello globale e all’interno della regione dell’Osce. È la forma di traffico più redditizia, che genera profitti annuali di quasi 100 miliardi di dollari a livello globale. Affrontare la domanda è l’anello mancante per porre fine alla tratta a livello globale», ha detto nel corso della Conferenza Valiant Richey, Rappresentante Speciale dell’Osce contro la tratta degli esseri umani.

Nei giorni che precedono la ricorrenza voluta dalle Nazioni Unite, sono diversi i rapporti, gli studi, le storie relative ai rifugiati, ai migranti, a coloro che sono fuggiti dalla propria terra. Quello della tratta è un problema centrale. Ma non è l’unico. C’è chi fugge per non finire in quel sistema. C’è chi si affida alla criminalità per trovare un canale preferenziale per arrivare in Europa e magari finisce proprio in quella morsa. C’è chi fugge da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Persone che, nonostante la pandemia, sono in aumento. Nel 2020 sono stati quasi 82,4 i milioni di migranti che sono fuggiti. L’anno precedente erano stati 79,5 milioni. Ad evidenziarlo l’ultimo rapporto Global Trends dell’Unhcr. 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato Unhcr. 48 milioni di sfollati interni. 4,1 milioni erano richiedenti asilo.

Questi non sono semplice numeri. Ma persone. Persone che hanno dei sogni, delle conoscenze, delle competenze da poter mettere a frutto e a disposizione dei Paesi che li accolgono. Per questo è fondamentale avviare un percorso di inserimento lavorativo e sociale di rifugiati. Molti hanno già trovato un lavoro e stanno costruendo la propria vita. Anche in Italia. Anche grazie al Centro informazione educazione allo sviluppo. Dal 2017 sono 500 i giovani che hanno intrapreso percorsi di inserimento lavorativo o di formazione attraverso Sofel, che ha l’obiettivo di promuovere inclusione socio-economica e percorsi individuali di inserimento lavorativo per giovani migranti. Una struttura che segue le persone in ogni passaggio.

«C’è un tesoro nascosto nelle nostre società che è il patrimonio migrante. È la chiave di volta non solo per un rilancio umanitario e il rispetto dei diritti, ma per la ripartenza della nostra stessa economia. Al di là del diritto, l’esperienza di questi anni a Sofel ci dice che smettere di sfruttare, legalizzare, regolarizzare e in modo particolare puntare sul migrante e le sua abilità, conviene, non è buonismo, fa bene a tutti, a cominciare dal mercato», ha evidenziato la presidente del Cies, Etta Melandri.

@ciro_oliviero

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