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Giancarlo Siani cittadino onorario

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Il 13 dicembre sarà cittadino onorario di Torre Annunziata

Ci sono posti in Italia dove cresci con la percezione che quello che fanno le istituzioni è esattamente ciò che i cittadini di quel paese, di quel borgo, di quella città si aspettano. C’è una corrispondenza tra aspettative dal basso e visioni politiche e la contribuzione della collettività alla spesa pubblica viene ricompensata in servizi, attività, aggregazione, socialità, presenza. Io non sono cresciuta così. Sono cresciuta nelle stanze delle case che ho abitato durante l’infanzia, nelle camerette delle bambine con cui facevo amicizia, nell’oratorio della parrocchia. La strada, dicevano, era insidiosa. Potevano succedere cose brutte, c’erano orari in cui era inopportuno stare fuori, trovarsi in certi posti. Una semilibertà che ho scardinato a forza crescendo, ridisegnando la mappa mentale – consegna ai bambini perbene a cui era meglio tappare le orecchie – che marcava le strade, i vicoli in consigliabili e sconsigliabili. Ma adesso, il punto non è questo. Il punto sono Torre Annunziata, gli anni Ottanta e la cittadinanza onoraria a Giancarlo Siani nel 2019.

A due anni vivevo con mia madre, mio padre ed i miei nonni nel vicolo di S. Gennaro. La Nuova Camorra Organizzata di Cutolo faceva cartello tra Napoli e provincia, nuove famiglie, tra cui i Gionta, scalpitavano per emergere, e c’era nelle parole, nei gesti, nei non detti degli adulti, un allarmismo sotteso, un timore incistito che non sapevo interpretare. Lo subivo e basta, lo assorbivo per essere precisi. Una volta, io e mia madre ci trovavamo nei pressi dello spolettificio, dove qualche mese fa il cast della fiction Rai L’amica geniale ha girato alcune scene per la seconda serie. Era mattina, mia madre aveva delle commissioni da fare. D’un tratto, la gente prese a correre, a strillare, a rifugiarsi nei negozi. Erano tutti fuori controllo, lontano da quel che direste una mattinata ordinaria: due tizi col volto coperto scorrazzavano in sella ad una moto con i mitra impugnati. Scene da Gomorra direte voi, certi racconti di mia madre dico io. Di questo episodio, infatti, non ricordo niente, ero troppo piccina. Mia madre me l’ha raccontato tante volte: lo spavento, le buste della spesa in una mano ed io nell’altra. Mi trascinava, mi diceva «corri, corri», ma io avevo le gambe troppo piccole per star dietro al suo passo come si deve. Mi ha raccontato che si sentiva persa e che, ad un certo punto, ci ha catapultate entrambe in un negozio, in attesa che l’allarme rientrasse e svanisse la possibilità di assistere ad un omicidio o una rapina. Prima e dopo di questo, c’è la cronaca, la storia.

Il 26 agosto 1984, intorno a mezzogiorno, un autobus si ferma davanti il circolo dei pescatori. Nel bus ci sono quattordici sicari della camorra che hanno l’ordine di uccidere quanti più uomini è possibile. Il circolo dei pescatori è uno dei ritrovi degli affiliati al clan Gionta, ma sul posto ci sono anche persone estranee ai fatti. Nell’agguato, noto come strage di S. Alessandro, muoiono 8 persone, 7 restano ferite, Valentino Gionta, capoclan e obiettivo, tra gli altri del commando, scappa. Il 23 settembre 1985, Giancarlo Siani, corrispondente per il Mattino da Torre Annunziata, all’età di 26 anni, viene ammazzato dalla camorra, una sera, intorno alle nove, sotto casa, a Napoli, in via Vincenzo Romaniello, quartiere Arenella. Per il Mattino Siani studiava e raccontava gli equilibri criminali tra Torre Annunziata e Napoli, e non solo. Batteva Torre Annunziata chilometro per chilometro: approfondiva usi e costumi dei boss locali, sospettando la connivenza tra amministrazione pubblica e criminalità organizzata. Quasi dieci anni dopo la sera dell’omicidio Siani, Domenico Bertone, sindaco di Torre nel periodo in cui Giancarlo voleva capirla e narrarla, viene inquisito, come racconta Ottavio Ragone in questo pezzo di Repubblica del 1994. La tesi del pubblico ministero Armando D’Alterio mette ancora i brividi: Domenico Bertone e Valentino Gionta sono i mandanti dell’omicidio. Giancarlo aveva osato scrivere della rottura tra i Nuvoletta ed i Gionta, ipotizzando che l’arresto del boss Valentino Gionta, avvenuto nel 1985, fosse l’offerta dei Nuvoletta al clan Bardellino per siglare un’intesa. Si disse che questo articolo fu la sua condanna a morte. Per altri, il motivo dell’assassinio era altrove: il giornalista stava ficcando il naso nella truffa delle finte cooperative di ex detenuti (questa tesi viene ripercorsa dal giornalista Roberto Paolo nel libro Il caso non è chiuso). L’interesse del sindaco Bertone, invece, stava nel fatto che in cambio di tangenti ed appalti (dalla ricostruzione post terremoto all’edilizia scolastica), i Gionta gli procacciavano voti. In sintesi: Siani era una scocciatura con le sue indagini socio – politiche, le sue domande, la sua curiosità, la sua mente, la fissazione di voler fare il cronista. Trentaquattro anni dopo l’omicidio, l’attuale sindaco di Torre Annunziata annuncia che il 13 dicembre 2019 verrà conferita la cittadinanza onoraria a Giancarlo Siani.

Mi sono chiesta se questo gesto abbia un senso, se non sia una trovata istituzionale fuori luogo, quasi offensiva verso la famiglia Siani e verso tutti quelli che sono cresciuti col nome di Giancarlo ripetuto all’infinito e che a vent’anni hanno preso i suoi messaggi, i suoi articoli e ne hanno fatto un progetto collettivo. Penso all’esperienza di Radio Siani ad Ercolano, che in un bene confiscato al clan Birra, è stata presidio di memoria e di cultura, o al Caffè letterario Nuovevoci di Torre Annunziata – prima che trasmigrasse nella libreria e nel bio bar – che a Giancarlo ha dedicato eventi e proiezioni, giusto per citare esempi di esperienze che conosco molto da vicino e che sono stati pezzi della mia giovinezza, direttamente o indirettamente. La verità è che Giancarlo Siani era un nome impronunciabile all’indomani dell’omicidio, ma era allora che sarebbe stato urgente dare un segnale, marcare un confine tra legalità ed illegalità. Era allora che bisognava legare a doppio filo Torre Annunziata ed il cronista. Che la città si svegli oggi è comodo. Tuttavia, se questo gesto può servire a tenere viva la memoria, a condurre l’esperienza di Giancarlo a chi non ha ancora sentito parlare di lui, va bene. Se questo conferimento di cittadinanza deve attestare una distanza non più rinviabile tra il passato ed il presente, dopo trent’anni, lo capisco. Le istituzioni sono fatte di un sacco di forma ed è qualcosa che i cittadini si aspettano: alla gente piace che lo Stato ci sia, prenda posizione su faccende che riguardano la comunità. Lo Stato, attraverso gli enti pubblici, è chiamato anche a fare massa critica, a contribuire alla formazione di una coscienza pubblica. Non essere intervenuti con sdegno sull’omicidio Siani immediatamente è stata una scelta, non una dimenticanza. Fa sorridere che, dal 1985 al 2019, a nessun sindaco, prima di Vincenzo Ascione, sia venuto in mente di conferire a Giancarlo Siani la cittadinanza onoraria. Qualunque sia il motivo, una cosa è certa: meglio tardi che mai.

Marina Bisogno

Redazione
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