L’Emilia-Romagna è la terza ad approvare una legge dopo Toscana e Sardegna
L’approvazione della legge sul fine vita da parte della Regione Emilia-Romagna non rappresenta soltanto una novità nel panorama legislativo italiano. È il segnale di un processo che sta cambiando il rapporto tra Stato e Regioni su uno dei temi più delicati del dibattito pubblico. Salgono a tre le Regioni che hanno deciso di disciplinare le procedure per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. L’Emilia-Romagna arriva dopo Toscana e Sardegna. Nel frattempo, altre amministrazioni regionali hanno avviato percorsi analoghi o stanno discutendo proposte di legge.
La questione, però, va ben oltre il dato numerico. La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale ha dichiarato non punibile – a determinate condizioni – chi agevola il suicidio di una persona con una patologia irreversibile. A quasi sette anni da quella sentenza il Parlamento non ha ancora approvato una disciplina organica. Un vuoto normativo che ha progressivamente spinto alcune Regioni a intervenire nell’ambito delle proprie competenze organizzative in materia sanitaria, con l’obiettivo dichiarato di rendere uniformi procedure che, fino a oggi, sono spesso rimaste affidate alle singole aziende sanitarie. L’approvazione della legge in Emilia-Romagna del 23 luglio riaccende quindi la domanda su quanto possa spingersi una Regione nel disciplinare il fine vita in assenza di una legge nazionale.
Tre Regioni, un unico impianto normativo
La Toscana è stata la prima ad approvare una legge sul suicidio medicalmente assistito nel febbraio 2025. Tutte e tre le normative nascono dalla proposta di legge di iniziativa popolare Liberi Subito, promossa dall’associazione Luca Coscioni, e condividono un’impostazione sostanzialmente identica. Le leggi non introducono un nuovo diritto al suicidio medicalmente assistito. Quel diritto, nei limiti individuati dalla Corte costituzionale, esiste già nell’ordinamento italiano. L’obiettivo è piuttosto quello di definire procedure, responsabilità e tempi entro i quali il Servizio sanitario regionale deve rispondere alle richieste dei cittadini.
Le norme recepiscono integralmente i criteri fissati dalla Consulta. Ovvero patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dalla persona, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di autodeterminazione. A questi elementi si aggiungono tempi certi per la conclusione dell’iter, la costituzione di équipe multidisciplinari incaricate delle verifiche cliniche, il coinvolgimento dei Comitati etici territoriali e l’obbligo di garantire una completa informazione sulle cure palliative. Le differenze tra le tre leggi riguardano quasi esclusivamente aspetti organizzativi interni ai rispettivi sistemi sanitari regionali, come la composizione degli organismi di valutazione o il coordinamento tra le aziende sanitarie. L’impianto giuridico rimane sostanzialmente sovrapponibile.
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Il confronto politico e istituzionale
Anche il dibattito politico si è sviluppato secondo uno schema ormai consolidato. Le forze di centrosinistra sostengono che le Regioni non stiano creando nuovi diritti, ma semplicemente organizzando i servizi sanitari affinché quanto stabilito dalla Corte costituzionale possa trovare concreta applicazione in tempi certi. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’accesso alle procedure dipenda dalla diversa organizzazione delle singole aziende sanitarie. Di segno opposto la posizione del centrodestra, che considera il fine vita una materia riservata esclusivamente allo Stato e ritiene inopportuno che le Regioni intervengano su un tema eticamente sensibile prima dell’approvazione di una legge nazionale. Questa contrapposizione ha già prodotto effetti concreti. Il governo ha infatti impugnato davanti alla Corte costituzionale le leggi approvate da Toscana e Sardegna, sostenendo che abbiano invaso una competenza legislativa statale. È verosimile che anche la legge dell’Emilia-Romagna possa essere sottoposta allo stesso vaglio.
L’Emilia-Romagna non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni il testo Liberi Subito è stato depositato anche in Veneto, Piemonte, Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Umbria, Marche, Campania, Puglia, Abruzzo, Sicilia. In alcuni Consigli regionali la proposta è stata respinta. In altri è ancora all’esame delle commissioni competenti o in attesa di approdare in aula. Il quadro che emerge è quello di un crescente protagonismo delle autonomie regionali di fronte all’assenza di un intervento legislativo nazionale. La proliferazione di iniziative regionali pone inevitabilmente un problema di uniformità. I requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito sono identici in tutta Italia perché derivano dalla sentenza della Corte costituzionale. Tuttavia, l’organizzazione delle procedure continua a dipendere dalle singole amministrazioni sanitarie. Ciò significa che tempi, modalità di valutazione e percorsi assistenziali possono risultare differenti da un territorio all’altro.
Una responsabilità che torna al Parlamento
Le iniziative regionali hanno avuto il merito di riportare il tema al centro del confronto pubblico, ma difficilmente possono rappresentare una soluzione definitiva. Da un lato espongono le Regioni a un contenzioso costituzionale sulla ripartizione delle competenze. Dall’altro non possono garantire quell’uniformità che solo una legge dello Stato sarebbe in grado di assicurare. Per questo l’approvazione della legge in Emilia-Romagna non dovrebbe essere letta soltanto come una vicenda regionale. È l’ennesimo segnale rivolto al Parlamento. Dopo anni di rinvii, il tema del fine vita continua a trovare risposte frammentarie, mentre cittadini, operatori sanitari e istituzioni attendono una cornice normativa nazionale.
@ciro_oliviero


















