Il fascismo raccontato ai bambini

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L’intervista all’autrice del romanzo Francesca La Mantia

Dal 2014 al 2016 Francesca La Mantia ha raccolto molte testimonianze di chi ha vissuto il fascismo. Non solo di partigiani, ma di chi ha vissuto nel contesto della dittatura. Molti di quegli uomini e donne che si sono raccontati all’epoca dei fatti erano bambini. Quelle storie Francesca La Mantia le ha raccontate nel film La memoria che resta. Nonostante le 250 ore di girato in un film le storie sono condensate. Non si ha tempo e spazio per sviscerarle tutte fino in fondo. Da qui l’idea di raccoglierle in un libro: Una divisa per Nino.

«Nino era il nome di mio nonno. Lui è stato uno dei primi a raccontarmi cosa significava vivere sotto il regime fascista. Dato che all’epoca dei fatti molti erano bambini sono partita dalla scuola. Erano tutti inquadrati anche nei giorni non scolastici. Il sabato facevano pugilato. Poi insegnavano loro a suonare flauto. D’estate era previsto il campeggio. A scuola c’erano gli altoparlanti per celebrare le conquiste della guerra. Erano previste le cerimonie in divisa. Il tutto per formarli alla guerra. Secondo me questo è pezzo mancante della storia che studiamo a scuola. Mi sono sentita in dovere di raccontare quello che non viene raccontato mai. Un primo antifascismo, dove chi si opponeva era solo contro tutti», racconta Francesca La Mantia.

La storia viene raccontata dal punto di vista di un bambino. Nino appunto. Un bambino che cerca di essere perfetto fascista, ma non ci riesce. «Questo vuole essere un modo per far capire ai giovani d’oggi come si stava ai tempi di Mussolini. Nino ha un’immaginazione fervida e questo lo porterà ad avere consapevolezza. Anche grazie all’aiuto di un adulto, il signor Ruggerini. Un personaggio storico. Era un operaio socialista che non aderì al fascismo».

L’autrice di Una divisa per Nino interrompe la sua storia all’apice del fascismo. Al periodo della guerra del ’40. Le interviste a quanti avevano vissuto da bambini sotto il regime fascista «mi hanno portata a scoprire aspetti che non conoscevo. Ad esempi con i prodotti della Buitoni, della Perugina uscivano delle figurine che raffiguravano i combattenti italiani ed i saladini. Il feroce saladino era introvabile».

Nel romanzo ci sono diversi segnali di libertà. Come la bicicletta. Fausto Coppi infatti consegnava le lettere per non far intercettare la posta ai fascisti. Quando il regime tolse la possibilità agli uomini di andare in bici molti donne si trasformarono in staffette. Anche Nino andava in bici. sognando di andare a conquistare un posto al sole. Quando gli si ruppe la riparò il signor Ruggerini, il quale gli lasciò una lezione importante, ovvero che si deve tentare di rendere cose migliori. Secondo me in questo momento che stiamo attraversando ci vuole uno sforzo immane per aggiustare le bici. Il Coronavirus ci ha fatto capire che dobbiamo cambiare qualcosa per il bene comune.

Ciro Oliviero

Redazione
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