Il 2 e 3 ottobre, al centro Chikù, il percorso arriva a un momento di restituzione pubblica con il festival, due giornate dedicate alle memorie, alle trasformazioni e alle possibili nuove narrazioni del quartiere
Che cosa può essere considerato patrimonio di un territorio? Una fotografia conservata per trent’anni, la voce di chi ricorda la costruzione e l’occupazione delle Vele, una canzone, un murales, una storia tramandata tra generazioni. Oppure le parole di una ragazza o di un ragazzo che, attraverso un laboratorio di scrittura, scopre di avere qualcosa da raccontare. A Scampia il patrimonio non è soltanto quello che si può conservare in un museo. È anche ciò che una comunità riconosce come parte della propria esperienza e decide di rendere visibile, condividendolo con gli altri. È da questa idea che nasce CoRPArt – Connettere e Rigenerare con il Patrimonio Artistico Culturale, il progetto biennale promosso da chi rom e…chi no all’interno del MOSS – Ecomuseo Urbano Diffuso di Scampia.
Il 2 e 3 ottobre, al centro Chikù, il percorso arriva a un momento di restituzione pubblica con il CoRPArt festival, due giornate dedicate alle memorie, alle trasformazioni e alle possibili nuove narrazioni del quartiere. Ma soprattutto alla produzione di un patrimonio costruito insieme: abitanti, scuole, giovani, artisti, scrittori, fotografi, ricercatori ed esperti. Il punto di partenza è infatti un lavoro durato due anni. Attraverso laboratori e momenti formativi, il territorio è stato osservato e raccontato utilizzando linguaggi diversi: la raccolta delle storie orali, la scrittura creativa, la fotografia, il sound design, gli abbecedari e i quaderni. Non per costruire una rappresentazione unica di Scampia, ma per mettere in relazione frammenti differenti. Il risultato più evidente di questo percorso è Corpi Comunicanti, un’opera collettiva che raccoglie narrazioni, immagini e paesaggi sonori realizzati insieme alle persone che vivono e attraversano il quartiere. Un’installazione multisensoriale destinata a entrare nel patrimonio del MOSS, ma anche a poter uscire dai confini di Scampia attraverso forme itineranti.
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È una scelta che cambia anche il modo di guardare alla rigenerazione urbana. Non si tratta soltanto di trasformare gli spazi, ma di interrogarsi su chi ha il diritto e la possibilità di raccontarli. E soprattutto su quali storie vengono considerate degne di essere conservate. Dentro Corpi Comunicanti convivono così opere molto diverse. Biografia Napoletana, di Marco Messina in collaborazione con Maria Teresa Annarumma, utilizza le voci e i suoni quotidiani del quartiere per costruire una sorta di racconto sonoro della città. Intrecci, di Cristina Bellemo e Francesca Ferrara, porta invece sulla tela parole, memorie e materiali raccolti nel tempo trascorso con le comunità rom di cupa Perillo. Ci sono poi le opere realizzate dagli studenti delle scuole Montale e Pertini, dedicate alle trasformazioni e alle re-immaginazioni del territorio. E c’è Non scrivo, non leggo, non so, nato dal lavoro con i ragazzi e le ragazze del progetto La mia banda è pop, minori sottoposti a misure penali alternative. È forse proprio quest’ultimo percorso a mostrare con maggiore chiarezza cosa significhi costruire patrimonio attraverso la partecipazione. Il laboratorio con Cristina Bellemo è partito da una difficoltà dichiarata: non scrivere, non leggere, non sapere. Attraverso parole da scegliere, incipit, ritagli e ricomposizioni, quei ragazzi sono arrivati a produrre le proprie scritture. E quelle scritture sono diventate racconto, prima individuale e poi condiviso nel gruppo.
La cultura, in questo caso, non arriva dall’esterno per raccontare una periferia. Diventa uno strumento attraverso cui chi quella periferia la vive può prendere parola. È la stessa prospettiva che attraversa Memorie del quartiere, la mostra fotografica che raccoglie immagini dell’archivio del MOSS e di diversi fotografi. Ci sono le Vele, il campo rom di Cupa Perillo, i luoghi della vita quotidiana, le migrazioni e il radicamento, le resistenze, le relazioni, i suoni e le trasformazioni del quartiere. Il lavoro sul patrimonio diventa così anche un lavoro sulla memoria. E la memoria, a sua volta, non è necessariamente una narrazione pacificata. Il progetto riconosce che una comunità è fatta anche di conflitti, differenze, interruzioni e fragilità. Il valore del lavoro collettivo sta allora nella possibilità di continuare a costruire qualcosa insieme, anche attraversando queste differenze. È una prospettiva particolarmente significativa per un quartiere che per decenni è stato raccontato soprattutto attraverso immagini e narrazioni costruite dall’esterno. CoRPArt prova a spostare il punto di vista: Scampia non è soltanto un luogo da rappresentare, ma una comunità che produce cultura, memoria e patrimonio. Le installazioni resteranno visitabili fino al 30 novembre al centro Chikù, mentre il progetto ha prodotto anche una pubblicazione che raccoglie contributi, metodi e visioni dei suoi protagonisti.
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