«Bisogna lottare perché la giustizia arriva»

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La sorella di Gianluca chiede che si investa nella prevenzione e che si lavori con un fronte unito contro la camorra

Questa mattina la Corte d’Assise di Napoli ha confermato l’ergastolo per gli assassini di Gianluca Cimminiello. Come già disposto dell’estate del 2018.
Arcangelo Abete e Raffaele Aprea, rispettivamente mandante ed organizzatore del delitto, dovranno passare il resto della loro vita in carcere. La decisione della Corte arriva dopo quattro rinvii ed a dieci anni dall’omicidio del giovane tatuatore. Vincenzo Russo, l’esecutore materiale dell’omicidio, venne condannato all’ergastolo nel dicembre del 2016.

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«Il vuoto della mancanza non si colma. Ma volevo chiudere un capitolo. Sono passati troppi anni», racconta Susy Cimminiello, la sorella di Gianluca, a dalSociale24. Sono trascorsi dieci anni dall’omicidio di Gianluca. Dieci anni fatti di processi nei quali a Susy ha dato «fastidio vedere i nostri nomi accanto a quelli di queste persone sugli atti. Un’esperienza orribile quella di aver dovuto avere a che fare con certe persone».

La giustizia italiana è lenta. «Arrivati ad un certo punto vuoi solo finisca. Ti senti quasi sotto processo anche tu per i documenti da dover presentare, per le lungaggini. E’ una situazione pesante, al di là del lutto», afferma. «Non sono più serena di ieri. Questa sentenza non ha dato fine al sistema camorristico. Non c’è soddisfazione piena. Però il messaggio della condanna esemplare è importante. Serve a far capire che la camorra porta al carcere, che questa è la fine che fanno i camorristi», ci racconta Susy Cimminiello.

La sorella di Gianluca in questi anni si è battuta affinché fosse fatta giustizia. «Bisognerebbe agire per evitare che si verifichino questi episodi. Agire sulla prevenzione. Mi chiedo – dice Susy Cimminiello – perché lo Stato non investa in maniera importante sulla prevenzione. Su queste persone. Sui loro figli. Oltre alla giustizia ci deve essere prevenzione. Altrimenti si arriva sempre un minuto dopo».

Non si è battuta da sola, come ha voluto ricordare. «Abbiamo fatto un lavoro di squadra. Mi sono mossa nella maniera migliore in cui credevo e oggi posso dire di non aver sbagliato». Un impegno che Susy non ha profuso per sé stessa. «L’ho fatto per un motivo più grande. In primis per la mia città. Non mi piace che venga martoriata. Da quando sono nati i miei figli l’ho fatto anche per loro. Non mi voglio sentire responsabile per le cose brutte che accadono intorno a loro».

Susy Cimminiello lancia un importante messaggio. «Mi piacerebbe dire non succederà più, che la camorra è finita. Queste sentenza non mi dà questa sicurezza. Non è riuscita a salvare quelli che sono venuti dopo. Però dobbiamo ricordarci che bisogna sempre lottare perché la giustizia arriva. Ora dobbiamo unirci. Fare ognuno la propria parte. Non abbiamo ancora vinto. Oggi abbiamo messo un tassello. Vinceremo quando non ci sarà nessun nome aggiunto a quella lista interminabile di vittime innocenti».

Ciro Oliviero

Redazione
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