Ma l’urgenza di un cambio di passo verso la tutela ambientale del nostro Paese è da tempo sotto gli occhi di tutti
Che l’attuale governo sia in netta e preoccupante contro fase con le emergenze ambientali attuali è noto da tempo, viste anche le dichiarazioni con cui la Presidente Meloni neanche due mesi fa ha duramente attaccato il Green Deal le posizioni di gran parte del mondo scientifico e associazionistico in materia di transizione ecologica, bollandole come “ambientalismo ideologico”, e definendo “follie verdi” che danneggiano l’industria italiana ed europea, a cominciare dall’automotive le proposte finalizzate alla riduzione delle emissioni inquinanti come quella di abbandonare il motore endotermico a favore di quello elettrico.
E l’ennesima prova di tale tendenza, come rilevato in una recente analisi che il WWF ha realizzato sull’attuale legge di bilancio attualmente in discussione in Parlamento, è nel misero 0,8% della spesa pubblica che il Governo avrebbe deciso di destinare ad ambiente, cultura e qualità della vita. Un dato completamente staccato dalle strategie che l’Europa sta da tempo tracciando in materia di riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili e soprattutto di ripristino degli ecosistemi, tema quest’ultimo di particolare urgenza visti i dati dati a dir poco allarmanti che, ad esempio, in termini di perdita di biodiversità parlano di un catastrofico calo pari al 73% della dimensione media delle popolazioni globali di vertebrati selvatici che si è verificato in soli 50 anni (1970-2020 – dati Living Planet Report (LPR) 2024 del WWF).
E dire che proprio nel giugno 2024 il Consiglio Europeo ha adottato formalmente un avveniristico regolamento sul ripristino della natura (Nature Restoration Law) che mira a mettere in atto misure volte a ripristinare almeno il 20% delle zone terrestri e marine dell’UE entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050. Obiettivi che per gli habitat considerati in cattive condizioni, si fanno ancora più ambiziosi. Almeno il 30% entro il 2030. Almeno il 60% entro il 2040. Almeno il 90% entro il 2050. Obiettivi che gli stati membri sono chiamati a perseguire recependo e applicando il regolamento attraverso norme apposite.
A fare il paio con tale regolamento poi, è la recente direttiva, approvata lo scorso mese di ottobre dopo un lungo e faticoso lavoro preparatorio del Parlamento europeo in materia di monitoraggio e resilienza del suolo. Una direttiva che segna anch’essa una vera e propria rivoluzione nel quadro delle iniziative volte a costruire una strategia comune per il monitoraggio della salute del suolo in Europa con l’obiettivo di migliorare la resilienza del suolo attraverso la sua gestione sostenibile, il contrasto al consumo di suolo e la gestione dei siti contaminati.
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Due capisaldi quindi che l’attuale governo avrebbe il dovere di fare propri e di tradurli rapidamente in norme e sostegno a politiche di difesa ambientale anche in accordo con quella riforma costituzionale del 2022 che attraverso la modifica degli articoli 9 e 41 ha introdotto ufficialmente la protezione di ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nella nostra Carta, ma di cui ad oggi non c’è traccia in chiave applicativa.
Eppure, l’urgenza di un cambio di passo verso la tutela ambientale del nostro Paese è da tempo sotto gli occhi di tutti. Gran parte dei nostri territori resi sempre più vulnerabili da consumo di suolo, incendi, e abbandono e che con l’incedere di fenomeni meteo sempre più violenti presentano un conto sempre più pesante in materia di danni per frane e alluvioni. Una biodiversità che si riduce progressivamente per inquinamento e pessima gestione dei territori, soprattutto nelle aree protette (oggi nel mirino di scellerate proposte in materia di caccia), con inevitabili conseguenze negative termini di servizi ecosistemici, primi tra tutti la disponibilità di cibo e soprattutto di acqua.
È evidente quindi la necessità di aprire una nuova stagione di riflessione e opposizione forte a una politica di governo che invece di investire nella tutela del proprio territorio e delle proprie comunità soprattutto quelle a grande indice di deprivazione sociale, storicamente sempre le più colpite in contesti di mancanza di tutela ambientale, preferisce impegnare risorse sempre più ingenti in opere tanto faraoniche quanto insensate (vedi la recente figuraccia rimediata sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina) o peggio in armamenti che non hanno alcun beneficio se non quello di alimentare conflitti, morte, distruzione e danni ambientali incalcolabili come quelli che si stanno consumando attualmente nei principali teatri di guerra sparsi in giro per il mondo.
@VinsViglione


















