Anche dal nuovo rapporto Eurispes emerge che il riutilizzo sociale resta la sfida principale, soprattutto sul fronte aziende
A trent’anni dall’approvazione della legge 109/1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, la sfida non è più soltanto sottrarre patrimoni alla criminalità organizzata. La sfida è trasformarli davvero in opportunità per i territori. È questa la fotografia che emerge dal rapporto Dal male al bene. Come trasformare i patrimoni sequestrati alle mafie realizzato da Eurispes. Un’analisi del funzionamento del sistema italiano di gestione dei beni confiscati, che mette in luce punti di forza, ritardi e criticità. Il quadro restituisce un paradosso. Mentre aumentano sequestri e confische definitive, la fase più complessa continua a essere quella della destinazione e del riutilizzo. Un percorso che coinvolge istituzioni, enti locali, terzo settore.
Campania seconda in Italia per beni confiscati destinabili
Al 9 novembre scorso erano 43.326 gli immobili e 4.836 le aziende in stato di confisca. La Campania è seconda in Italia, dopo la Sicilia, per numero di beni immobili che l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati propone per la destinazione. 307 i beni (18,66% del totale nazionale). Mentre la Sicilia guida la graduatoria con il 40,67 per cento. Complessivamente il Mezzogiorno concentra quasi l’80% dei beni destinabili presenti in Italia. Il rapporto ricorda inoltre che, già alla fine del 2023, i beni immobili definitivamente destinati erano oltre 23.600. L’81 per cento è stato trasferito agli enti territoriali affinché sia riutilizzato per finalità istituzionali e sociali.
Il vero nodo è trasformare i beni in servizi per le comunità
La vera partita si gioca nella capacità di restituire rapidamente quei patrimoni alla collettività. L’ANBSC non si limita infatti ad assegnare i beni. Deve seguirne il percorso dalla verifica dello stato degli immobili fino al monitoraggio del loro effettivo utilizzo. Un percorso in cui deve lavorare con prefetture, enti locali e amministrazioni pubbliche per superare le criticità che spesso rallentano la destinazione definitiva. Secondo Eurispes, proprio questa fase richiede un rafforzamento delle competenze, una maggiore capacità amministrativa e una più stretta collaborazione tra tutti gli attori coinvolti.
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Il 95% delle imprese finisce in liquidazione
Se la gestione degli immobili presenta ancora molte difficoltà, quella delle aziende confiscate appare ancora più complessa. Il rapporto evidenzia che circa il 95 per cento delle imprese confiscate viene posto in liquidazione. La spiegazione è contenuta in uno dei passaggi più significativi dello studio. Molte aziende, infatti, prima del sequestro riuscivano a restare competitive grazie a pratiche illegali, evasione, irregolarità contabili, sfruttamento del lavoro. Tornando nella gestione legale subiscono uno “shock di legalità”. Solo circa il 5 per cento riesce a reinserirsi stabilmente nel mercato legale. Anche in questo ambito la Campania occupa il secondo posto nazionale con 571 aziende confiscate.
Le proposte del rapporto Eurispes
Per superare queste criticità, Eurispes propone un rafforzamento dell’intero sistema di gestione dei patrimoni confiscati. Puntando su maggiore trasparenza, semplificazione delle procedure, supporto tecnico agli enti destinatari, monitoraggio costante dell’effettivo riutilizzo sociale. L’obiettivo è evitare che immobili e aziende restino bloccati per anni tra procedure amministrative, contenziosi e difficoltà gestionali. Questo trasformerebbe il patrimonio sottratto alle mafie in uno strumento concreto di sviluppo, inclusione sociale e rigenerazione dei territori.
Le reazioni dalla Campania
Essere stata citata nel rapporto per fondazione Polis è «la testimonianza del lavoro svolto al servizio delle cittadine e dei cittadini Campania, ed è soprattutto uno sprone a proseguire verso maggiori traguardi, tenendo sempre in mente che l’unico nostro obiettivo è il bene comune, che cresce anche in virtù del buon riutilizzo dei beni confiscati», ha sottolineato il presidente don Tonino Palmese.
«La situazione dei beni confiscati e della aziende va ben distinta. Attorno alla mole importante che resta ancora non destinata va costruita una strategia per la destinazione rivolta al riuso sociale. Sbloccare il 2% delle risorse del Fondo Unico Giustizia vuol dire mettere in piedi questa strategia che potrebbe produrre occupazione, welfare e rigenerazione per i territori attraverso la legalità. Sulle aziende invece diventa sempre più urgente l’affiancamento agli amministratori giudiziari del mondo della cooperazione sociale che conosce il mercato in cui le aziende operano, lo interpreta in ottica sociale e può essere il necessario supporto in termini di conoscenza e formazione per portare le imprese in fase di sequestro a non fallire, ma a reggere il percorso necessario di riconversione economica nel segno della legalità», ha detto a dalSociale24 il referente di Libera Campania, Mariano Di Palma.
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